Il digitale non è immateriale: quanta energia, acqua e rifiuti ci sono dietro uno schermo


Ogni gesto online sembra leggero, ma poggia su server, reti, sistemi di raffreddamento e dispositivi costruiti con materiali reali. I dati mostrano il peso ambientale del digitale; il Digital Cleanup Day indica da dove cominciare per ridurlo.

Aprire un’app richiede pochi secondi. Salvare una fotografia nel cloud, guardare un video o inviare un documento sembra non lasciare tracce nello spazio che ci circonda. Non vediamo centrali elettriche, tubazioni, miniere, fabbriche o apparecchi dismessi. Eppure l’impatto ambientale del digitale nasce da un sistema profondamente materiale: elettricità, acqua, calore e dispositivi che devono essere prodotti e, prima o poi, gestiti a fine vita.

La questione non è rinunciare alla tecnologia. È capire che cosa accade dietro lo schermo, distinguere i dati solidi dalle semplificazioni e intervenire dove le scelte possono davvero fare la differenza. Tre numeri aiutano a mettere a fuoco la scala del fenomeno.

Tre numeri per vedere l’invisibile

In Irlanda i data center hanno utilizzato il 23% dell’elettricità misurata nel 2025, contro il 5% nel 2015. È un dato nazionale eccezionalmente alto, non una media mondiale, ma mostra che la concentrazione delle infrastrutture digitali può diventare in pochi anni una questione di pianificazione energetica.

A The Dalles, in Oregon, il data center di Google ha utilizzato nel 2021 il 29% dell’approvvigionamento idrico della città, secondo il rapporto energetico ufficiale dello Stato. È un caso locale: non rappresenta tutti i data center e non dimostra che l’impianto abbia prosciugato laghi o causato una siccità. Rende però visibile la relazione tra una grande infrastruttura e le risorse della comunità che la ospita.

Nel 2022, infine, il mondo ha generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Soltanto il 22,3% è stato documentato come formalmente raccolto e riciclato. Questo non significa che tutto il resto sia stato disperso: una parte può essere confluita in circuiti informali o non documentati. Significa, però, che la distanza tra la quantità prodotta e quella tracciata attraverso sistemi formali resta enorme.

I tre dati descrivono fenomeni diversi. Non devono essere sommati né trasformati in un’unica equivalenza. Insieme raccontano una realtà semplice: il digitale non è immateriale e il suo impatto non può essere ridotto al solo consumo dello smartphone che abbiamo in mano.

Data center: elettricità, acqua e calore

L’Agenzia internazionale dell’energia stima che nel 2024 i data center abbiano consumato circa 415 terawattora di elettricità, pari a circa l’1,5% del consumo mondiale. È una stima globale: non equivale automaticamente alle emissioni prodotte, perché queste dipendono da come e dove viene generata l’elettricità. Inoltre nasconde differenze territoriali molto ampie, come dimostra il caso irlandese.

La domanda cresce insieme ai servizi cloud, allo streaming, agli archivi online e alle applicazioni di intelligenza artificiale. Ma parlare genericamente di “internet che inquina” aiuta poco. Per valutare un’infrastruttura servono almeno la quantità di energia utilizzata, il mix elettrico, le ore di consumo, l’efficienza dei sistemi, la localizzazione e la capacità della rete di assorbire nuovi carichi.

Anche l’acqua richiede attenzione. Può essere impiegata direttamente nei sistemi di raffreddamento e indirettamente nella produzione di elettricità. Lo stesso volume non ha lo stesso peso ovunque: utilizzare acqua in una zona con ampia disponibilità non equivale a farlo durante una siccità o in un territorio sottoposto a stress idrico. Contano il clima, la tecnologia adottata, il tipo di circuito, la qualità dell’acqua e la possibilità di riuso.

Il rapporto con le città non è necessariamente soltanto negativo. Il calore prodotto dai server può essere recuperato quando esistono reti e domanda termica adatte. In Finlandia Fortum ha avviato impianti di produzione di calore presso due siti. Il calore di scarto dei data center Microsoft dovrebbe essere integrato gradualmente dal 2027; a piena attuazione, secondo la previsione dell’operatore, il progetto potrebbe coprire circa il 40% della domanda annua della rete che serve circa 250.000 utenti. Non è un risultato finale già raggiunto né una valutazione indipendente, ma un esempio di come progettazione urbana ed efficienza possano cambiare il rapporto tra infrastrutture digitali e territorio.

L’impatto ambientale del digitale comincia prima dell’accensione

La parte più visibile del digitale è anche quella che tocchiamo: smartphone, tablet, computer, modem e accessori. Prima di arrivare nelle nostre case, questi oggetti richiedono estrazione e lavorazione di minerali e metalli, produzione di componenti, assemblaggio e trasporto. Dopo l’acquisto consumano energia; quando vengono sostituiti, entrano in una catena di riuso, ricondizionamento, riciclo o smaltimento.

Per questo la durata conta. Cambiare un dispositivo ancora funzionante richiede nuovi materiali e nuova energia. Ripararlo, sostituire la batteria o destinarlo al riuso distribuisce nel tempo l’impatto già sostenuto. Il riciclo resta essenziale, ma arriva dopo la prevenzione: neppure un sistema efficiente recupera ogni materiale senza consumare risorse.

Le regole dell’Unione europea applicabili agli smartphone e agli slate tablet immessi sul mercato dal 20 giugno 2025 rafforzano requisiti di durabilità, riparabilità, disponibilità dei ricambi e aggiornamenti software. Non risolvono da sole il problema, ma rendono più concreta una domanda che riguarda consumatori e istituzioni: quanto a lungo potremo utilizzare e riparare ciò che acquistiamo?

Pulire gli archivi serve: come stimare l’impatto senza formule magiche

Il Digital Cleanup Day viene spesso associato alla cancellazione di email, fotografie duplicate e file inutili. È un punto di partenza utile: archivi ordinati sono più facili da gestire, riducono copie superflue e possono liberare spazio su dispositivi e servizi cloud. Nelle organizzazioni, inoltre, una buona gestione dei dati migliora sicurezza, privacy e rispetto dei tempi di conservazione.

Per rendere confrontabili i risultati, Let’s Do It World adotta una stima indicativa di 0,20 kg di CO₂ per gigabyte di dati eliminati, su base annua. Il riferimento scientifico richiamato è Green Cloud Computing (Umweltbundesamt, 2021), studio sull’impronta ambientale dei servizi cloud: nei quattro data center analizzati, l’archiviazione presentava un’impronta di circa 166–280 kg CO₂e per terabyte all’anno. Il coefficiente dichiarato dalla campagna è espresso in CO₂, mentre lo studio UBA quantifica l’impronta climatica dell’archiviazione in CO₂ equivalente (CO₂e). Sono grandezze da non presentare come identiche: lo studio offre un confronto di ordine di grandezza, non la derivazione certificata del coefficiente della campagna. Applicando convenzionalmente il fattore di Let’s Do It World, 1.000 GB eliminati vengono contabilizzati come circa 200 kg CO₂ all’anno nella metodologia della campagna; non si tratta di emissioni marginali effettivamente evitate né di un risparmio certificato.

Cancellare un file non spegne automaticamente un server: l’effetto effettivo dipende dall’infrastruttura, dalle copie di sicurezza, dall’energia e dalla capacità realmente evitata. La pulizia digitale diventa più utile quando introduce regole di conservazione, meno duplicazioni, chiusura di account abbandonati e una gestione più lunga e responsabile dei dispositivi. Non è il singolo clic a cambiare il sistema, ma la somma di scelte organizzate e misurabili.

Il nodo è governare la crescita

Rendere più efficiente un server o un sistema di raffreddamento è necessario, ma non garantisce da solo una riduzione dell’impatto complessivo. Se la quantità di dati elaborati, i servizi attivati e il numero di dispositivi continuano a crescere, una parte dei miglioramenti può essere assorbita dall’aumento della domanda. Per questo efficienza e sobrietà devono procedere insieme: usare tecnologie migliori, ma anche chiedersi quali dati, copie, funzioni e apparecchi siano davvero utili.

La stessa domanda riguarda gli acquisti pubblici e aziendali. Un prezzo iniziale più basso può nascondere costi successivi quando un prodotto dura poco, non riceve aggiornamenti o non può essere riparato. Valutare durata, assistenza, ricambi, consumi e gestione a fine vita significa spostare l’attenzione dal singolo acquisto al ciclo di utilizzo.

Un caso recente mostra perché il rumore debba entrare nella valutazione. A Southaven, nel Mississippi, alcuni residenti vicini a un impianto a turbine che alimenta data center hanno promosso un’azione proposta come class action, ancora pendente, denunciando rumore e vibrazioni pressoché continui. Alcuni proprietari hanno poi ricevuto da una società collegata all’operatore offerte di acquisto delle abitazioni condizionate anche alla rinuncia alle pretese connesse alla causa. La società nega le contestazioni. Il caso non consente di generalizzare a tutti i data center, ma rende evidente che localizzazione, monitoraggio acustico e misure di mitigazione devono essere valutati insieme a energia e acqua.

Infine c’è il tema della trasparenza. Le comunità che ospitano grandi infrastrutture dovrebbero poter conoscere fabbisogni energetici e idrici, misure di efficienza e ricadute territoriali con dati comprensibili e confrontabili. Non per opporsi in modo automatico all’innovazione, ma per decidere con informazioni adeguate dove, come e a quali condizioni farla crescere.

Cinque azioni che possono fare la differenza

1. Allungare la vita dei dispositivi

Prima di sostituire uno smartphone o un computer, conviene verificare se il problema riguarda batteria, memoria o un componente riparabile. Quando serve un acquisto, durata attesa, disponibilità dei ricambi, aggiornamenti e garanzia dovrebbero pesare quanto prezzo e prestazioni. Anche un prodotto ricondizionato può essere una buona scelta, se risponde alle necessità reali e offre condizioni verificabili.

2. Dare regole ai dati

Foto duplicate, download ripetuti, vecchie versioni e backup senza criteri trasformano gli archivi in depositi difficili da usare. Una pulizia responsabile parte dalla protezione dei dati importanti e distingue ciò che deve essere conservato da ciò che non serve più. A scuola, in un’associazione o in un’impresa, l’operazione va concordata con chi gestisce sicurezza, privacy e sistemi informativi: cancellare senza regole può creare più problemi di quanti ne risolva.

3. Prevenire il disordine digitale

Il beneficio dura se cambiano le impostazioni e le abitudini che generano accumulo. Si possono limitare sincronizzazioni e copie automatiche non necessarie, stabilire tempi di conservazione, chiudere profili inutilizzati e condividere file attraverso un archivio comune invece di moltiplicare gli allegati. L’obiettivo non è la perfezione, ma un sistema più semplice, utile e controllabile.

4. Chiedere trasparenza a imprese e istituzioni

La responsabilità non può ricadere soltanto sulle persone. Gestori, fornitori e pubbliche amministrazioni devono misurare energia e acqua, valutare la localizzazione degli impianti, scegliere elettricità a minore intensità emissiva, migliorare il raffreddamento e pubblicare dati confrontabili. Le decisioni territoriali possono considerare capacità delle reti, disponibilità idrica, rumore, recupero del calore e distanza dagli edifici sensibili. Senza informazioni accessibili, cittadini e amministratori non possono valutare costi e benefici.

5. Conferire correttamente i RAEE

Quando un’apparecchiatura è davvero a fine vita, non va gettata nell’indifferenziato. In Italia i cittadini possono consegnare gratuitamente i rifiuti elettrici ed elettronici ai centri di raccolta comunali. Con il ritiro “uno contro uno” il rivenditore ritira un prodotto equivalente quando ne acquistiamo uno nuovo. Per i piccoli RAEE sotto i 25 centimetri, i punti vendita con almeno 400 metri quadrati dedicati alle apparecchiature elettriche ed elettroniche devono offrire anche il ritiro “uno contro zero”, senza obbligo di acquisto; sotto questa soglia il servizio è facoltativo.

Digital Cleanup Day: dal gesto individuale all’azione collettiva

Il Digital Cleanup Day è la campagna globale promossa da Let’s Do It World per rendere visibile l’impatto ambientale del digitale e trasformare la consapevolezza in azione. Let’s Do It! Italy presenta e coordina l’iniziativa in Italia come attività della propria rete e invita persone, scuole, associazioni, imprese, Comuni ed enti pubblici a partecipare. Per aderire o proporre un’attività si possono consultare la pagina italiana della campagna, la pagina Partecipa e i Contatti dell’associazione.

Si può iniziare da un telefono, una casella email o un archivio condiviso. Una scuola può collegare educazione ambientale, cittadinanza digitale e conoscenza dei RAEE. Un’associazione può organizzare una sessione collettiva. Un’impresa o un ente può rivedere backup, tempi di conservazione, acquisti e gestione dei dispositivi. Un Comune può promuovere raccolta corretta e trasparenza sulle infrastrutture presenti nel territorio.

Per misurare le iniziative collettive si possono contare partecipanti, gigabyte eliminati, account chiusi, applicazioni rimosse e dispositivi riparati, riutilizzati o conferiti correttamente. I gigabyte possono essere accompagnati dalla stima indicativa di Let’s Do It World, dichiarando sempre coefficiente, fonte e limiti. Le emissioni effettivamente evitate con riparazione e riuso richiedono invece valutazioni specifiche del ciclo di vita.

Il messaggio finale è meno comodo di uno slogan, ma più utile. Il digitale ha un peso reale e non esiste un solo gesto capace di cancellarlo. Possiamo però far durare gli oggetti, organizzare meglio i dati, pretendere infrastrutture efficienti e costruire iniziative collettive. Il futuro dietro gli schermi dipende anche da queste scelte: renderle visibili è il primo passo per cambiarle.

Fonti essenziali

Central Statistics Office Ireland — Data Centres Metered Electricity Consumption 2025

Oregon Department of Energy — Biennial Energy Report 2024

International Energy Agency — Energy and AI

ITU e UNITAR — Global E-waste Monitor 2024

Fortum — Heat production at two data centre sites in Finland

Commissione europea — Smartphones and Tablets

Centro di Coordinamento RAEE — funzionamento del sistema RAEE

Digital Cleanup Day — sito ufficiale

Umweltbundesamt — Green Cloud Computing (rapporto 94/2021): https://www.umweltbundesamt.de/en/publikationen/green-cloud-computing

Let’s Do It! Italy — Digital Cleanup Day


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