Dalle ondate di calore alle scuole da riqualificare, dai trasporti alla tutela del territorio: le questioni al centro della conferenza mondiale sul clima e il loro legame con la nostra vita quotidiana.
Le estati sempre più calde, gli edifici scolastici che avrebbero bisogno di essere riqualificati, il trasporto pubblico da migliorare e le città che devono prepararsi a fenomeni meteorologici sempre più intensi. Sono problemi che conosciamo da vicino, perché riguardano i luoghi in cui viviamo, studiamo e lavoriamo. Eppure, molte delle scelte necessarie per affrontarli si inseriscono in un confronto che coinvolge governi e istituzioni di tutto il mondo.
Dal 9 al 20 novembre 2026, ad Antalya, in Turchia, si terrà la COP31, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Sarà un nuovo appuntamento per discutere come ridurre le emissioni di gas serra, affrontare le conseguenze del riscaldamento globale e sostenere economicamente la transizione verso sistemi produttivi ed energetici meno inquinanti.
Per chi non segue abitualmente questi appuntamenti internazionali, il collegamento con la vita quotidiana può apparire lontano. In realtà, gli impegni assunti dai governi contribuiscono a orientare politiche e investimenti che, attraverso le decisioni nazionali e locali, possono incidere sulla qualità degli edifici pubblici, sulla mobilità e sulla capacità dei territori di affrontare gli effetti del cambiamento climatico.
Resta però una distanza spesso significativa tra ciò che viene annunciato durante una conferenza e ciò che viene effettivamente realizzato. Ed è proprio su questa distanza, tra impegni internazionali e risultati concreti, che si concentrerà una parte importante dell’attenzione verso la COP31.
Cos’è la COP31 e perché se ne parla?
COP è l’acronimo inglese di Conference of the Parties, cioè Conferenza delle Parti. Si tratta dell’incontro annuale dei Paesi che aderiscono alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il trattato internazionale adottato nel 1992 per affrontare il problema del riscaldamento globale. Quella di Antalya sarà la trentunesima edizione.
Nel corso delle conferenze, i governi si confrontano sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, sugli strumenti necessari per adattarsi ai cambiamenti climatici e sulle risorse da destinare ai Paesi che hanno maggiori difficoltà ad affrontarne le conseguenze. Ai negoziati si affiancano anche il contributo della comunità scientifica e la partecipazione, in qualità di osservatori, di organizzazioni della società civile e rappresentanti di diversi settori.
Uno dei risultati più importanti di questo percorso risale al 2015, quando durante la COP21 venne adottato l’Accordo di Parigi. I Paesi concordarono di impegnarsi per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.
Da allora, quella soglia è diventata uno dei principali riferimenti dell’azione climatica internazionale. Tuttavia, l’esistenza di un accordo non garantisce da sola il raggiungimento degli obiettivi: gli impegni devono essere accompagnati da politiche adeguate, finanziamenti, strumenti di attuazione e sistemi in grado di verificare i progressi.
La COP31 si inserisce in questo percorso, in un momento in cui le evidenze scientifiche mostrano quanto sia urgente accelerare la riduzione delle emissioni e rafforzare la capacità di adattamento delle società.
Perché il limite di 1,5 °C è così importante?
Il nuovo Emissions Gap Report 2026 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) richiama l’attenzione sulla distanza che ancora separa gli impegni climatici dei Paesi dalle riduzioni delle emissioni necessarie per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il rapporto considera ormai persa la possibilità di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C senza superare questa soglia, o superandola soltanto in misura limitata. La questione diventa quindi capire quanto potrà essere contenuto il superamento e per quanto tempo potrebbe protrarsi.
Quando si parla di 1,5 °C non ci si riferisce alla temperatura di una singola giornata, ma all’aumento della temperatura media del pianeta rispetto al periodo preindustriale. Una differenza che, considerata su scala globale, ha conseguenze profonde sui sistemi climatici e naturali. Gli effetti non si distribuiscono in modo uniforme: alcune regioni e comunità sono più esposte di altre, mentre ondate di calore, cambiamenti nelle precipitazioni e alterazioni degli ecosistemi possono aggravare condizioni di vulnerabilità già esistenti.
In questo contesto, il termine inglese overshoot indica un percorso nel quale il riscaldamento globale supera temporaneamente una determinata soglia, raggiunge un picco e successivamente può diminuire. È un concetto diverso dal superamento degli 1,5 °C registrato in un singolo anno, perché il cambiamento climatico viene valutato attraverso periodi di osservazione molto più lunghi.
La distinzione non è soltanto tecnica. Un superamento più elevato o prolungato aumenta l’esposizione di persone ed ecosistemi ai rischi climatici e può avvicinare limiti oltre i quali alcuni danni diventano difficili, o impossibili, da invertire.
Questo scenario non rende inutili gli sforzi per ridurre le emissioni. Al contrario, attribuisce ancora più importanza alle decisioni dei prossimi anni, perché l’entità e la durata del superamento dipenderanno anche dalla rapidità con cui verranno ridotte le emissioni globali.
Un eventuale ritorno verso 1,5 °C richiederebbe, oltre a tagli rapidi e duraturi delle emissioni, la rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera attraverso interventi e tecnologie da governare con attenzione. Queste soluzioni non possono però essere considerate un’alternativa alla progressiva riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili, né cancellano gli impatti prodotti durante il periodo di superamento.
L’aspetto fondamentale, dunque, è che ogni frazione di grado evitata può contribuire a contenere i rischi futuri. Il superamento della soglia non rappresenta un punto oltre il quale ogni intervento perde significato, ma una ragione ulteriore per accelerare l’azione climatica.
Riduzioni percentuali rispetto ai livelli del 2025 in uno scenario che limita il superamento della soglia di 1,5 °C.
Fonte: UNEP, Emissions Gap Report 2026. I valori rappresentano riduzioni previste da uno scenario, non risultati già conseguiti.
Cosa si discuterà alla COP31?
La conferenza di Antalya rappresenterà un’occasione per fare il punto sui progressi dell’azione climatica internazionale e discutere come rendere più efficaci gli impegni assunti dai Paesi.
Le agende disponibili alla vigilia dell’incontro sono ancora provvisorie e non consentono di anticipare le decisioni finali. È però possibile individuare alcune delle questioni che accompagneranno il confronto.
Dalle promesse dei governi ai risultati
Uno dei temi centrali riguarda gli impegni climatici nazionali, conosciuti con la sigla NDC, dall’inglese Nationally Determined Contributions. Si tratta degli obiettivi che ogni Paese presenta nell’ambito dell’Accordo di Parigi per contribuire alla riduzione delle emissioni.
Valutare questi impegni significa andare oltre le percentuali annunciate. Occorre comprendere quali settori economici saranno coinvolti, quali politiche permetteranno di raggiungere gli obiettivi e quali strumenti verranno utilizzati per misurare i progressi.
Il divario tra gli impegni dichiarati e le riduzioni effettivamente necessarie rimane uno degli elementi più critici dell’azione climatica internazionale. Per questo sarà importante osservare se i negoziati riusciranno a rafforzare il collegamento tra obiettivi, misure concrete e responsabilità dei governi.
Chi finanzierà la transizione climatica?
La trasformazione dei sistemi energetici, produttivi e di trasporto richiede investimenti consistenti. Allo stesso tempo, molte comunità hanno già bisogno di risorse per affrontare gli effetti del cambiamento climatico, dalla gestione del rischio di alluvioni alla protezione delle persone più vulnerabili durante le ondate di calore.
La finanza climatica comprende questi diversi ambiti, ma è importante distinguerli: ridurre le emissioni, adattarsi agli impatti e rispondere ai danni che non possono essere evitati sono esigenze collegate, che richiedono strumenti e risorse differenti.
Il tema assume una particolare rilevanza per i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche, ma si trovano ad affrontare conseguenze climatiche molto gravi. Nel confronto internazionale rientrano anche le cosiddette perdite e danni, che riguardano gli impatti non evitabili o non completamente affrontabili attraverso le misure di adattamento.
La disponibilità effettiva delle risorse sarà uno degli aspetti da valutare con maggiore attenzione. Le cifre annunciate durante i vertici, infatti, non coincidono necessariamente con i fondi già stanziati, con i finanziamenti assegnati ai progetti o con le somme effettivamente erogate.
Comprendere queste differenze è essenziale per valutare se gli accordi saranno in grado di sostenere interventi reali.
Una transizione giusta e impegni verificabili
Il passaggio verso un’economia a minori emissioni coinvolge anche il lavoro, le imprese e l’organizzazione delle comunità. Per questo il confronto internazionale affronta il tema della transizione giusta, cioè la necessità di distribuire in modo equo i costi e i benefici dei cambiamenti, considerando le esigenze dei lavoratori e dei territori più esposti alle trasformazioni economiche.
Un altro ambito riguarda le regole di cooperazione climatica tra i Paesi, comprese quelle previste dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Si tratta di meccanismi che possono favorire la collaborazione internazionale, ma che richiedono criteri rigorosi per garantire risultati ambientali credibili, una contabilizzazione trasparente e la prevenzione del doppio conteggio delle riduzioni delle emissioni.
Alla fine della conferenza sarà quindi necessario distinguere con attenzione le decisioni formalmente adottate dalle dichiarazioni politiche e dalle iniziative volontarie. Non tutti gli annunci hanno lo stesso valore istituzionale, né producono automaticamente gli stessi effetti.
Qual è il ruolo dell’Europa e dell’Italia?
L’Unione europea ha fissato per il 2040 un obiettivo di riduzione netta delle emissioni di gas serra del 90% rispetto al 1990, rafforzando il percorso verso la neutralità climatica.
Il regolamento (UE) 2026/667 prevede che, a partire dal 2036, crediti internazionali di alta qualità possano contribuire al raggiungimento di questo traguardo fino a un massimo equivalente al 5% delle emissioni nette europee del 1990. La riduzione netta interna dovrà quindi essere almeno dell’85% rispetto alla stessa base.
Si tratta di una distinzione importante, perché gli interventi realizzati all’interno dell’Unione e i crediti associati ad attività svolte in Paesi partner rappresentano componenti differenti del risultato complessivo.
Dietro queste percentuali si trovano decisioni che interessano direttamente anche l’Italia: la produzione di energia, l’efficienza degli edifici, i trasporti, le attività industriali e la capacità dei territori di adattarsi ai cambiamenti climatici.
Nei negoziati internazionali il nostro Paese partecipa nell’ambito della posizione comune dell’Unione europea, contribuendo alla sua definizione e condividendo gli impegni che vengono sostenuti a livello europeo.
Il ruolo dell’Italia, tuttavia, non si esaurisce nella partecipazione alla conferenza. La credibilità degli obiettivi internazionali dipende anche dalla capacità dei singoli Stati di tradurli in politiche nazionali coerenti, sostenute da strumenti adeguati e da investimenti verificabili.
In questo quadro assumono particolare importanza il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) e il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), strumenti di riferimento delle politiche nazionali in materia di energia, clima e adattamento. La documentazione istituzionale è disponibile sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
La loro efficacia, però, non può essere valutata soltanto sulla base degli obiettivi dichiarati. Bisogna osservare quali misure vengono realmente finanziate, in quali tempi vengono realizzate e quali risultati sono documentati.
Dalla conferenza alle nostre città: cosa può cambiare concretamente?
Il collegamento tra i negoziati internazionali e la vita quotidiana diventa particolarmente evidente quando si osservano le città.
Edifici pubblici, mobilità, energia, spazi verdi e gestione del territorio sono alcuni degli ambiti nei quali le amministrazioni possono contribuire alla riduzione delle emissioni e migliorare la capacità di affrontare gli effetti del cambiamento climatico, come documentato anche dall’IPCC nel Sesto rapporto di valutazione.
La trasformazione, tuttavia, richiede molto più dell’approvazione di un programma. Sono necessari finanziamenti, competenze tecniche, coordinamento tra istituzioni e strumenti per valutare l’efficacia degli interventi.
Scuole più efficienti e ambienti più vivibili
Una scuola che durante l’estate raggiunge temperature elevate e che in inverno richiede grandi quantità di energia per il riscaldamento rappresenta un esempio di come le politiche climatiche possano incontrare esigenze quotidiane.
Interventi di riqualificazione energetica, miglioramento dell’isolamento e gestione del comfort termico possono contribuire sia a ridurre i consumi sia a rendere gli ambienti più adatti alle attività scolastiche.
Per valutare l’efficacia di un progetto non basta però sapere che i lavori sono stati realizzati. È necessario confrontare le condizioni iniziali con quelle successive, misurando i consumi e verificando i miglioramenti effettivi.
Trasporti pubblici e mobilità sostenibile
Anche la mobilità urbana offre un esempio concreto. La sostituzione di mezzi inquinanti con autobus a minori emissioni può essere un intervento importante, ma da sola non garantisce una trasformazione del sistema dei trasporti.
Occorre considerare la frequenza e l’affidabilità dei servizi, la qualità dei collegamenti, la sicurezza degli spostamenti a piedi e in bicicletta e la possibilità per le persone di utilizzare alternative praticabili all’automobile.
La qualità di una politica di mobilità si misura quindi attraverso il funzionamento dei servizi e i cambiamenti negli spostamenti, non soltanto attraverso il numero dei mezzi acquistati.
Città più preparate alle ondate di calore
Le ondate di calore rappresentano una sfida crescente soprattutto nei contesti urbani, dove la presenza di superfici artificiali e la scarsità di vegetazione possono contribuire ad aggravare le temperature percepite e le condizioni di disagio.
La progettazione di aree verdi, spazi ombreggiati e superfici permeabili può aiutare a migliorare il comfort urbano, purché gli interventi siano adatti alle caratteristiche del luogo e accompagnati da una manutenzione adeguata.
È importante, inoltre, considerare le esigenze delle persone più vulnerabili, che possono avere maggiori difficoltà ad affrontare le temperature elevate.
Questi esempi permettono di comprendere la differenza tra due concetti spesso utilizzati nel dibattito climatico: mitigazione e adattamento. La mitigazione riguarda la riduzione delle emissioni che alimentano il riscaldamento globale; l’adattamento comprende invece gli interventi necessari per convivere con gli effetti climatici già presenti o attesi.
Sono approcci distinti, ma possono rafforzarsi reciprocamente quando vengono integrati nella pianificazione dei territori.
I Comuni e le amministrazioni locali hanno un ruolo importante in questo processo, pur non potendo compensare da soli eventuali insufficienze delle politiche nazionali. La disponibilità di risorse, il sostegno degli altri livelli di governo e la continuità degli interventi restano condizioni fondamentali.
Il ruolo dei cittadini, delle scuole e delle associazioni
Il dibattito sulla COP31 non riguarda soltanto governi, esperti e organizzazioni internazionali. Può rappresentare anche un’occasione per rafforzare la conoscenza dei problemi climatici e la partecipazione delle comunità.
Le scuole, ad esempio, possono affrontare questi temi attraverso percorsi educativi che colleghino le evidenze scientifiche all’osservazione del territorio, aiutando gli studenti a comprendere il rapporto tra comportamenti, politiche pubbliche e trasformazioni ambientali.
Le associazioni possono contribuire promuovendo informazione, partecipazione e confronto con le amministrazioni, mentre i cittadini possono interessarsi ai piani previsti per il proprio territorio, alle risorse disponibili e ai risultati degli interventi.
Queste attività non sostituiscono le responsabilità delle istituzioni né possono compensare, da sole, politiche climatiche insufficienti. Possono però favorire una maggiore consapevolezza pubblica e rendere più concreto il controllo sugli impegni assunti.
Per Let’s Do It! Italy, il collegamento tra decisioni internazionali e azione locale rappresenta un aspetto importante della sostenibilità. L’impegno ambientale, infatti, acquista significato anche quando diventa riconoscibile nella qualità degli spazi, dei servizi e delle opportunità offerte alle comunità.
In quest’ottica, sarebbe utile costruire un collegamento pubblico e verificabile tra ogni impegno climatico e le misure destinate a realizzarlo, indicando risorse, responsabilità, tempi e risultati attesi. È un approccio che richiama l’attenzione sulla dimensione territoriale della sostenibilità, al centro anche delle attività del Polo della Sostenibilità Ambientale.
Un programma di riqualificazione degli edifici scolastici, per esempio, dovrebbe permettere di conoscere gli edifici coinvolti, i finanziamenti stanziati, il calendario dei lavori e i miglioramenti ottenuti. Lo stesso criterio potrebbe essere applicato agli interventi sulla mobilità, alla protezione dal caldo e alla gestione degli spazi urbani.
Non si tratta di una decisione già assunta dalla COP31, ma di una proposta di metodo che può aiutare a rendere più comprensibile il percorso che porta dagli impegni generali ai risultati locali.
Dopo la COP31: come capire se le promesse diventano risultati?
Le conferenze internazionali richiamano spesso grande attenzione nel momento in cui vengono annunciati accordi e nuovi obiettivi. Per valutare la loro efficacia, però, è necessario continuare a seguirne gli sviluppi anche nei mesi e negli anni successivi.
Un primo elemento riguarda la natura delle decisioni: un testo formalmente adottato ha un valore diverso rispetto a una dichiarazione politica o all’impegno volontario di un gruppo di Paesi. Comprendere questa differenza permette di interpretare con maggiore precisione i risultati dei negoziati.
Un secondo aspetto è quello economico. I finanziamenti annunciati devono essere distinti dalle risorse effettivamente stanziate, dai fondi assegnati ai progetti e dai pagamenti realizzati. Soltanto seguendo questi passaggi è possibile capire se gli impegni finanziari stanno contribuendo a sostenere interventi concreti.
Occorre poi verificare chi abbia la responsabilità dell’attuazione, quali strumenti siano stati individuati e quali tempi siano previsti. Anche l’avvio di una procedura amministrativa, per quanto necessario, non coincide ancora con il completamento di un intervento.
Infine, servono risultati misurabili e confrontabili nel tempo. I dati sulle emissioni, gli indicatori di adattamento e le informazioni sui singoli settori possono aiutare a comprendere se le politiche adottate stanno producendo gli effetti attesi, purché i metodi di valutazione siano chiari e i risultati vengano aggiornati periodicamente. Tra le fonti ufficiali rientrano i rapporti biennali di trasparenza previsti nell’ambito dell’Accordo di Parigi.
Sono criteri che valgono per gli impegni internazionali, ma che possono essere applicati anche alle politiche ambientali di un Comune o di una Regione. Rendere disponibili informazioni comprensibili permette infatti ai cittadini di seguire il percorso delle decisioni, riconoscerne i progressi e individuare ciò che resta ancora da fare.
Dalle promesse ai cambiamenti reali
La COP31 sarà un appuntamento importante per il confronto internazionale sul clima, ma il suo significato non potrà essere misurato soltanto attraverso le dichiarazioni finali o il numero degli impegni annunciati.
La capacità di ridurre le emissioni, proteggere i territori e accompagnare le comunità nella transizione dipenderà soprattutto dalle politiche che verranno attuate, dalle risorse investite e dalla continuità degli interventi nel tempo.
È in questo passaggio che le grandi decisioni globali incontrano la vita quotidiana: quando un obiettivo climatico contribuisce a orientare la riqualificazione di una scuola, il miglioramento di un servizio pubblico o la progettazione di una città più capace di affrontare il caldo.
Il compito delle istituzioni è trasformare gli impegni in politiche efficaci; quello della società civile è anche contribuire a mantenerne viva l’attenzione, promuovendo conoscenza, partecipazione e responsabilità.
Perché il valore di una promessa sul clima, alla fine, non si misura soltanto nelle parole con cui viene annunciata, ma nei cambiamenti che riesce a produrre.

