Consumo di suolo, +22,4% in un anno: è ora di invertire la rotta


Invece di rallentare, il consumo di suolo accelera: nel 2025 le nuove superfici artificiali sono aumentate del 22,4% rispetto all’anno precedente. Sono 102,4 chilometri quadrati di terreno trasformato. Il Rapporto sul consumo di suolo 2026 descrive un Paese che continua a occupare aree libere mentre edifici e spazi già urbanizzati restano inutilizzati. Il +22,4% riguarda il nuovo consumo annuo, non l’intera superficie già consumata.

Invertire la rotta richiede tre scelte: limitare le nuove trasformazioni, rendere praticabile il recupero dell’esistente e far emergere i costi collettivi del nuovo costruito. Ai Comuni spetta valutare e documentare le alternative nelle scelte urbanistiche; alle amministrazioni pubbliche ridurre l’incertezza del recupero e orientare le risorse; agli operatori confrontare i progetti anche sui costi ambientali e territoriali. Alle comunità serve poter verificare decisioni e risultati.

Da una parte un terreno libero, pronto per ruspe e fondazioni. Dall’altra un capannone vuoto, un parcheggio sovradimensionato o un’area industriale da studiare, bonificare e riconnettere alla città. Finché costruire sul primo resta più semplice e redditizio, il secondo rischia di rimanere abbandonato.

Il Rapporto SNPA 2026 sul consumo di suolo, pubblicato il 27 ottobre 2026, registra 102,4 chilometri quadrati di nuove superfici artificiali: oltre 280.000 metri quadrati al giorno, più di 3 metri quadrati al secondo. Non è soltanto un altro anno negativo: è un’accelerazione rispetto al 2024.

La prima mappatura nazionale di oltre 2.100 chilometri quadrati potenzialmente recuperabili è importante, ma viene dopo questo dato. Non cancella il nuovo consumo e non descrive aree già pronte: indica luoghi da valutare, con proprietà, usi, contaminazioni, vincoli, costi e benefici molto diversi.

Consumo di suolo 2026: quanto terreno abbiamo trasformato?

Nel 2025 le superfici impermeabilizzate hanno raggiunto il 7,19% del territorio nazionale: 21.644 chilometri quadrati risultano coperti da edifici, infrastrutture, piazzali, impianti e altre superfici artificiali. È una perdita cumulativa: il suolo sigillato smette di assorbire acqua, produrre biomassa e sostenere habitat come prima.

In un solo anno le nuove trasformazioni hanno superato 10.200 ettari. I ripristini si sono fermati a 746 ettari e il saldo netto è rimasto negativo per quasi 9.500 ettari. Il Sole 24 Ore ha evidenziato il salto del 22,4% rispetto al 2024, anno che aveva già registrato un aumento del 16%.

Il fenomeno raggiunge anche aree fragili: 1.106 ettari di nuovo consumo ricadono nelle zone a rischio alluvione e 707 ettari nelle aree a rischio frana. Oltre la metà delle nuove superfici artificiali, il 52,6%, è collegata ai cantieri, estesi su 5.387 ettari. “Cantiere” descrive la copertura osservata: occorre seguirne l’evoluzione, ma intanto il suolo è trasformato.

Le conseguenze non si esauriscono nell’area occupata. La perdita dell’“effetto spugna” aumenta il deflusso dell’acqua; diminuiscono produzione agricola, habitat, stoccaggio del carbonio e regolazione del calore. ISPRA ha stimato per il 2023 oltre 400 milioni di euro l’anno di costo legato alla sola riduzione della capacità del suolo di assorbire e trattenere acqua: una stima economica, non il valore totale dei danni.

Perché continuiamo a costruire su suolo libero?

Il motivo non è soltanto culturale. Per un operatore privato, costruire su un’area libera può essere più rapido e prevedibile: meno demolizioni, meno indagini ambientali, meno sorprese nel sottosuolo e un progetto più facile da standardizzare. Un’analisi OCSE sul mercato irlandese stima, in quel contesto, margini per le abitazioni su brownfield inferiori di 5-8 punti percentuali rispetto al greenfield. Non è un dato trasferibile automaticamente all’Italia, ma rende visibile il meccanismo economico.

La ricerca accademica sui brownfield individua tra i criteri decisivi contaminazione, costo della bonifica, accesso ai finanziamenti, proprietà, domanda locale e destinazione futura. Il costo non è una caratteristica fissa dell’“area dismessa”: cambia con la storia del sito, la profondità degli inquinanti, l’uso previsto e il livello di sicurezza richiesto.

Il prezzo del nuovo costruito, invece, raramente incorpora tutti i costi collettivi: nuove strade e reti, maggiore mobilità, manutenzione, perdita di servizi ecosistemici e più esposizione al deflusso superficiale e al calore. Se questi costi restano fuori dal conto del progetto, occupare nuovo suolo può apparire conveniente anche quando non lo è per la comunità.

Oltre 2.100 km²: opportunità reale, non scorciatoia

La mappa SNPA resta una risorsa preziosa: individua oltre 2.100 chilometri quadrati su cui valutare depavimentazione, rinaturalizzazione, riuso o altre trasformazioni capaci di ridurre la pressione sul suolo libero. “Potenziale”, però, è la parola decisiva: la cartografia apre un’istruttoria, non autorizza un cantiere e non garantisce la sostenibilità economica.

Il rapporto segnala anche 3.281 chilometri quadrati potenzialmente utilizzabili per forestazione urbana, 1.116 chilometri quadrati di tetti per fotovoltaico, quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate e oltre 35.000 ettari di aree pubbliche urbane indicate per il ripristino. Le categorie hanno basi e funzioni differenti: non si possono sommare come un unico patrimonio immediatamente disponibile.

La selezione deve partire dal luogo. Un edificio vuoto vicino a trasporto e servizi ha prospettive diverse da un capannone isolato; un parcheggio può essere depavimentato e reso drenante; un’area contaminata richiede caratterizzazione e bonifica; un suolo agricolo o naturale conserva funzioni che non possono essere ricreate rapidamente altrove. Contano costi, tempi, domanda reale, accessibilità, qualità del progetto e manutenzione.

Recuperare costa di più al progetto; costruire nuovo costa di più alla collettività

Un rapporto europeo sui brownfield elenca tra le barriere i costi elevati delle indagini e della bonifica, i tempi lunghi, l’incertezza e il rischio finanziario maggiore rispetto alle aree libere. Sono ostacoli reali: ignorarli produce progetti che restano sulla carta o che richiedono risorse pubbliche non previste.

Una revisione coordinata dall’Università di Edimburgo e dall’OMS Europa su 28 casi ha trovato contaminazioni multiple in quasi tutti i siti studiati e tempi spesso lunghi, soprattutto quando emergevano sostanze inattese.

Il costo per il promotore e quello per la comunità non coincidono. Come osserva l’OCSE, recuperare può richiedere maggiori spese dirette, ma utilizzare infrastrutture esistenti e ridurre costi ambientali e territoriali. È su questa differenza che le politiche pubbliche devono intervenire.

Invertire la rotta: come rendere il recupero la prima scelta

Mappare e scegliere. Distinguere aree recuperabili, edifici vuoti, superfici da depavimentare e siti contaminati; assegnare priorità in base a servizi, accessibilità, rischio e beneficio pubblico.

Ridurre l’incertezza. Finanziare indagini preliminari, catasto delle proprietà, caratterizzazione ambientale e scenari di riuso prima della gara o della vendita. Conoscere il rischio rende il progetto più valutabile e limita sorprese successive.

Riequilibrare la convenienza. Far pesare sul nuovo consumo i costi di infrastrutture e servizi, mentre incentivi e fondi pubblici devono essere mirati ai siti in cui il beneficio collettivo supera il divario economico del recupero.

Applicare responsabilità e tutele. Il principio “chi inquina paga” deve restare centrale; per i siti orfani o con responsabili insolventi servono strumenti pubblici trasparenti, senza trasferire automaticamente ogni costo alla collettività.

Misurare ciò che accade. Pubblicare superficie evitata o ripristinata, permeabilità, costi, tempi, edifici riutilizzati, acqua gestita e manutenzione. Un finanziamento non è un cantiere concluso; un cantiere concluso non dimostra da solo il beneficio ambientale.

Che cosa possono controllare Comuni e comunità

ISPRA e SNPA pubblicano dati nazionali, regionali, provinciali e comunali, schede regionali e cartografia. Il valore locale va letto con popolazione, superficie già consumata, crescita annuale, pericolosità idraulica e da frana, infrastrutture, servizi e aree dismesse. Il dato istituzionale è il punto di partenza; va confrontato con piani urbanistici, bilanci, atti di bonifica e condizioni reali dei siti.

Le domande pubbliche diventano più precise: quali alternative su aree già trasformate sono state valutate prima di consumare nuovo suolo? Chi ha stimato bonifica e infrastrutture? Quale quota dei costi ricade sul promotore e quale sulla collettività? Quanta superficie sarà realmente depavimentata o rinaturalizzata?

La partecipazione non sostituisce tecnici e autorità, ma può chiedere che le alternative siano documentate e che interessi, costi, tempi e risultati restino distinguibili. Anche giornalismo, università e organizzazioni civiche servono a controllare ciò che i soli comunicati istituzionali non mostrano.

Il recupero non può diventare l’alibi per continuare a consumare suolo

Il Rapporto 2026 mostra due realtà, ma non hanno lo stesso peso: il consumo di suolo sta accelerando adesso; le opportunità di recupero richiedono ancora selezione, risorse e progetti. Presentarle sullo stesso piano rischia di trasformare una possibilità futura in una compensazione narrativa della perdita presente.

La mappa rende più difficile sostenere che l’unica strada sia costruire ancora, ma non basta. Occorre rendere il recupero economicamente praticabile e, nello stesso tempo, rendere meno conveniente occupare terreno libero. Altrimenti continueremo a celebrare il potenziale mentre il consumo reale cresce.

Per Let’s Do It! Italy, la cura del territorio parte da una richiesta semplice e verificabile: prima di autorizzare nuovo consumo, dimostrare quali alternative sull’esistente sono state esaminate, con quali costi e perché sono state scartate. Recuperare deve diventare la prima opzione da rendere possibile, non l’alternativa ricordata quando il suolo è già stato perso.


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